Riflessioni di gara PDF Stampa E-mail
Lunedì 07 Dicembre 2009 12:19

A un tratto la sagoma nitida di un cappello da cow-boy appare all’orizzonte, e si avvicina sempre di più. Il sole è ancora basso e intorno non si vede un’anima, c’è soltanto un silenzio carico di attesa e un vento fresco che soffia dolcemente. L’inizio di un film western? Un appassionante romanzo di avventura? Nulla del genere. Soltanto la mattina del 14 febbraio  a Ostia Lido, con quel cappello che in realtà è il PALAFIJLKAM  che quel giorno assisterà a tanti combattimenti. Niente rivoltelle, soltanto muscoli (chi più chi meno), e quegli antichi movimenti ereditati da un vecchio giapponese che li ha studiati, raccolti e uniti a formare il JUDO. Il giorno della finale è arrivato, e l’emozione è forte. Quando entri nel palazzo ti accorgi che quello è un momento importante della tua vita, che forse non si ripeterà più, e la brioche nel tuo stomaco fa un piccolo salto. I tatami sono già lì, pronti per essere calpestati. Il tempo di cambiarsi e andare al peso, poi ti ritrovi sugli spalti con la gara imminente che occupa ogni tuo pensiero. Magari inghiotti a fatica qualcosa tanto per distrarti, ma riesci a malapena a startene seduto senza camminare avanti e indietro, come le oche al tiro al bersaglio del luna-park. Il tempo passa in fretta, e inizi a contare i combattimenti che ti separano dal tuo turno. Poi senti il tuo nome in mezzo al rumore, e ti avvicini come in un sogno al bordo del tatami. Appena sali, tutto cambia: la tensione diminuisce per lasciare posto alla lucidità e alla determinazione. Tutto quello che ti circonda non ha più importanza, vedi soltanto il tuo avversario e lo fissi dritto negli occhi per dirgli che vuoi vincere. Lui ricambia lo sguardo e ci vedi la stessa determinazione, ma anche la stessa emozione di chi forse si giocherà in pochi minuti (o secondi) una parte della propria vita. Allora, finalmente, capisci che tutto quello che devi fare è dare il massimo e goderti il momento, respirando ogni boccata d’aria come se fosse l’ultima. Un saluto. Poi un altro. Poi il mondo che a un tratto scompare e il rumore che si attutisce, lasciando spazio solo all’eco dei suggerimenti urlati dal maestro. Il tuo corpo vibra di energia, sfiora quello del tuo avversario e poi si stacca subito come se fosse bollente, si sposta con movimenti rapidi e cerca uno spiraglio per spezzare il suo equilibrio... È come la danza di due venti, che si scontrano non per odio ma perché entrambi vogliono continuare nella loro direzione. Poi tutto finisce, in un modo o nell’altro, e stringendosi la mano si ritorna nella realtà. La vittoria ti dà un’emozione fortissima, di quelle che ti fanno salire le lacrime agli occhi. In quel momento trovi condensato il risultato di parecchia, tanta o tantissima fatica, e vorresti abbracciare tutte le persone che ti hanno portato a quel piccolo o grande risultato. La sconfitta non è mai amara, se sai di aver dato tutto quello che puoi e di avere davvero “vissuto”, non solo “attraversato” quel momento. Se così è stato, a fine giornata ti ritrovi pieno di ricordi unici e di voglia di andare avanti, magari per rifarti l’anno successivo.